Un albero, forse un ciliegio. Siccome tutto era sottosopra, mi aggrappai. L’albero pendeva come un appiglio dal soffitto. L’albero oscillava, come in un grande parco di divertimenti. Intere distese mi si dipanavano davanti – e il mio occhio le srotolava. Da un orizzonte lontano che Dio doveva ancora assemblare mi giungevano solo vaghe luci e tessiture, un nitore di bianco che presagiva. I prati perfetti avevano qualcosa di indomabile, ogni stelo il clone dell’altro, e parlavano. Whatever I’m a say. Parlavano di battaglie antiche tra eserciti bruti; ma non c’era alcun colle da dietro cui inscenare la venuta di una minaccia inquieta. Il bianco era notte assolata e nomade. Cercavo di seguire le simmetrie e di scoprire qualche apertura, fosse anche la fuga di un topo di campagna a spezzare i plotoni obbedienti degli steli; ma vi rinunciai presto. Ogni volta che il mio occhio tentava, lo confondevano muri, e la sensazione era quella di un lavoro incompiuto…