Dante viaggia, eppure è quasi fermo. La moto scorre sotto i suoi occhi acquosi come un sogno. Non acquista velocità, ma acquista sostanza e forma. La moto non è per lui la chimera della corsa, del predatore, del balzo; è la chimera dell’oblio stupido. I piedi sospesi dal mondo, Dante scorre all’indietro come una pellicola. Gli alberi del parco dove i drogati vanno a calarsi lo spingono indietro; la strada squallida di asfalto blu è il cielo. D’improvviso si trova nella via. Dev’essere tra la mezza notte e l’una. Non gl’importa del tempo. Fermerà la moto, fra pochi metri, davanti al cancello bianco osso bagnato dalla nebbia; metterà, lentamente, il cavalletto; estrarrà, con attenzione, dal portaoggetti i gessetti, più di uno per paura che finiscano o che si spezzino. Con ancor più attenzione, si chinerà – e scriverà. La frase l’ha già preparata. In realtà sono solo due o tre parole.